Monrio
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Asty

Integrated Amplifier

Alessandro Casalini - Audioreview n.195 - Ottobre 1999

Che dire, cosa pensare, quando i pargoli che avete visto crescere, imparare e reggersi in piedi e, infine, affrontare, autosufficienti, le ostilità del mondo, ritornano finalmente per mostrarvi le conquiste e i progressi conseguiti lungo la strada e, cosa vieppiù gratificante, la maturità acquisita.
Se per la piacentina Monrio, reale ed unico genitore di quella virtuosa prole, cui certo va la gran parte di valori tecnici e delle strategie commerciali responsabili dei successi raccolti, gioia ed orgoglio sfioreranno giustamente l’incontinenza del fiero padre, avochiamo, tuttavia, anche per noi della testata e, in particolare della sezione AUDIOclub, dove i progetti della Maison piacentina sono spesso transitati per disamine dai lusinghieri esiti, una sottile fettina di merito, non foss’altro per l’aver puntato su un cavallo di razza già in tempi assolutamente non sospetti. Sarà per quel folletto sciovinista che cova negli anfratti profondi anche del più esterofilo degli italioti, sempre pronto a zompar fuori gonfiando il petto quando un qualunque genere di manifestazione del made in Italy si piglia qualche sacrosanta soddisfazione, sarà per dimostrarvi una volta ancora quanto siamo bravi nelle vesti di talent scout, ma c’è sembrato giusto ed opportuno rifare il punto sulle cose di casa Monrio ancora una volta dall’osservatorio privilegiato di AUDIOclub.
Quale miglior metodo di valutazione d’un percorso evolutivo, che riprendere in esame, a poco più di due anni di distanza – AR n. 172 -, il medesimo apparecchio e poi verificare se il tempo è stato davvero galantuomo anche con quel piccolo integrato dell’azienda piacentina.
L’eleganza misurata fu, sotto tutti i possibili aspetti, il comune denominatore del primo progetto “Asty”: un’autentica, piccola, economica, macchina integrata degna di tener saldamente in alto il giovane blasone dell’haute couture dell’hi-fi nostrana. Di fatto, dopo due anni i connotati del nuovo Asty hanno subito solo pochi e ben assestati ritocchi, che pur conservando la somiglianza col capostipite ne hanno vieppiù esaltato la raffinata sobrietà. Il designer, aiutato nella missione dall’essenzialità della dotazione, cui non può sottrarsi un oggetto da musica della genia dell’Asty, ha giustamente valorizzato la simmetrica pulizia del pannello comandi, completandone la smussatura dei quattro angoli stondando morbidamente la tornitura alla base delle manopole, lasciando infine che lo chassis, come per un’estrusione del frontale, del quale segue perfettamente il profilo, formi una sorta di corpo monolitico e meccanicamente inerte. L’immediatezza operativa delle quattro manopole rende davvero superflua anche una semplice occhiata al manuale: selezione tra uno dei cinque ingressi linea, bilanciamento, volume ed interruttore di rete. Sarebbe complicato essere più semplici! Più interessante l’opportunità offerta da Monrio di ritagliarsi il proprio Asty praticamente su misura, a partire dalla versione base, passando per quella con il volume telecomandabile – quella in nostro possesso -, per finire con quella equipaggiata con componentistica ulteriormente selezionata: per tutte quante, invece, è disponibile, alla modica cifra di duecentomila lirette, un apposito modulo phono MM, quanto mai utile per rivitalizzare una catatonica collezione di vecchi vinili. L’occhiata da guardone tecnologo, sotto i panni della macchina Monrio, lascia intendere che la già ottima base progettuale del modello precedente è stata ulteriormente rivisitata e razionalizzata nei punti chiave. Il cablaggio punto-punto è stato veramente ridotto all’osso, la componentistica, tassativamente discreta, è praticamente la migliore reperibile sul mercato con il budget a disposizione del progettista, l’alimentazione, grande cuore del piccolo Asty, con la sua grossa “pompa” toroidale ed i suoi capaci “serbatoi” elettrolitici sembra valere molto più dei cinquanta watt/ch dichiarati.
Ben consapevoli dell’insidiosità del confronto a distanza in materia di valutazione delle macchine da musica, ove, pur con ogni possibile oncia d’onestà intellettuale, la componente soggettiva e perfino, inutile negarlo, lo spirito del momento spesso interpretano ruoli determinanti, abbiamo ritenuto che una macchina onesta come il Monrio meritasse nondimeno una sfida ad un piccolo caposaldo deontologico. A rileggere le parole spese per il predecessore dell’attuale Asty parrebbe che, nei due anni trascorsi da allora, più che sui pochi tocchi di matita che ne hanno segnato il restyling, il team Monrio abbia concentrato i propri sforzi sulla personalità di questa piccola elettronica. Se all’epoca quello che sembrò l’aspetto qualificante capitale fu il diffuso senso di compostezza, di studiata misura, d’eleganza sobria, che l’ascoltatore poteva ricavare dalla prestazione dell’integrato piacentino, reduci da questa nuova esperienza non riteniamo azzardato sostenere che parte dell’originale vocazione all’understatement sia stata ora “sacrificata” in nome di una pratica seduttiva più dichiarata, con cortesia e leggerezza di maniere, ciononostante fermamente, apertamente, dichiarata.
Naturalmente ben lungi dall’esercizio di qualsivoglia ruffianeria, il nuovo Asty pone piuttosto un cortese accento su aspetti in precedenza adombrati o considerati meno importanti nell’economia del bilancio complessivo. Il consueto bouquet distillato dall’opera di Pietro Antonio Locatelli per il nostro AUDIOrecords n. 5, ci consegna effettivamente una luminosa trasposizione dell’ensable d’archi, con il profluvio armonico sprigionato dai crescendo e dal virtuosismo dei solisti tirato a lucido e sfavillante, pregno d’una gaiezza fresca e rivitalizzante. Pur senza sconfinare nella pomposa supponenza, nell’affettazione d’un’enfasi forzata, la scioltezza d’eloquio, la scorrevolezza del registro medio, e vieppiù di quello alto, rimodellano l’impianto dei suoni per porre in adeguata evidenza tanto le pieghe più riposte della partitura quanto il legittimo protagonismo degli esecutori. Alla prova con le piccole formazioni jazz, l’Asty esalta ancor più i tratti tipici della propria tecnica di rappresentazione, rivelandosi, peraltro, un’accurato e prezioso strumento d’indagine.
Due “pezzi” pregiati del jazz moderno, due incisioni datate ed entrambe restaurate con risultati solo buoni nel primo caso ed addirittura eccellenti nel secondo, il coltraniano “Giant Steps” – Atlantic – e quel “Monk’s Music – Riverside -, nel quale Thelonious Monk, Coleman Hwkins nonché lo stesso John Coltrane, all’epoca solo una luminosa promessa, offrono all’elettronica Monrio il pretesto per metter mano ad un repertorio introspettivo d’assoluto rilievo. I fiati viaggiano su standard qualitativi elevatissimi per un apparecchio che sfiora il milione e mezzo: sufficientemente duttili per passare con disarmante disinvoltura dalle lunghe, frenetiche tirate tonali alle morbidezze al velluto degli assolo colmi di romanticismo. Su tutto la medesima potenza d’analisi del messaggio, di discernimento tra i tratti peculiari delle singole stratificazioni che si sovrappongono nei territori d’alta frequenza, con il denominatore comune d’una coesione intima, d’un piglio arrembante che concretizzano il gioco dell’illusione materica. Giusto in tema di ricostruzione ambientale il nuovo Asty lascia trapelare alcuni piccoli ma essenziali progressi, scandendo la dislocazione degli interpreti con un livello di certezza che lascia adito a ben poche perplessità, tracciando figure verosimili nel dimensionamento, coerenti nella stabilità dei contorni anche a fronte di contrasti dinamici particolarmente impegnativi. La generosa riserva energetica cui il Monrio può attingere negli istanti di maggior impeto aiuta certamente a scongiurare – almeno fino a livelli di SPL ai quali i doveri del nostro può dirsi ampiamente compiuto – quello stato di precarietà ansiogena che immediatamente precede il tracollo degli stadi di potenza, nonché a mantenere un sorprendente sangue freddo anche ai livelli più sostenuti, dove tutte le buone prerogative della macchina paiono conservarsi pressoché intatte. Al diminuire della frequenza, passando dalla gamma mediana a quella medio-bassa e poi giù fino al grave, l’ascoltatore attento avrà modo di constatare come il profilo timbrico dell’Asty vada lentamente e progressivamente virando verso toni più asciutti, cadenze rigorose nella scansione ritmica, risintonizzando la riproduzione con quell’aplomb, quell’impeccabile misura, che riconoscemmo ed apprezzammo nella prima versione. Una scelta ampiamente condivisibile dal momento che soventemente, proprio negli insidiosi pelaghi delle media frequenza e del medio-basso, regno indiscusso della voce umana e sorgente del ritmo, naufragano miseramente le velleità dei piccoli che voglion fare la voce grossa. Ma basta ascoltare per pochi minuti il timbro di David Sylvian, nel recentissimo “Dead Bees On A Cake” – Virgin -, per dissipare qualunque sospetto. Calda, con quella minima, indovinata, rugosità nella fonazione, ma impeccabilmente chiara, leggibile, la voce dell’ex Japan avvolge ed irretisce senza rinunciare al dono della descrittività, dell’adeguata modellazione fisica che ben ripagano del minimo smarrimento dell’appeal sensuale: unica accettabile contropartita che il Monrio pretende in cambio d’una linearità ed una compostezza d’esposizione di classe assoluta. L’abilità d’analisi, combinata al consono controllo dei transitori e alla buona velocità d’esecuzione, fondono al meglio la partitura vocale con gli accompagnamenti, spesso scarni, minimali, dalla solidità rilucente di chiarori metallici del lavoro al dobro, alla concreta melanconia della tromba.
Valutare le prestazioni a bassa frequenza con un programma drum’n’bass, genere del quale i 4 Hero, qui con il loro “Two Pages” – Talkin’ Loud -, sono tra i più apprezzati interpreti, potrebbe sembrar operazione semplice e al tempo stesso spietata nei confronti di una macchina di piccola taglia. In realtà, però, non è poi cosi agevole dipanare la stratificazione tra percussioni autentiche e prodotti da “drum machine”, le sovrapposizioni tra partiture d’archi ed echi sintetici. Con l’integrato Monrio, invece, tutto fila come sul velluto, con un registro grave secco e rapidissimo, che si conforma docilmente al vasto campionario di sollecitazioni a bassa frequenza, riedite, tra l’altro, con una verve dinamica di gran lusso per un cinquanta watt di targa.. Solo con il volume quasi a manetta l’equilibrio tende a vacillare, come pure, del resto, la proverbiale classe delle Amator, ma ci rendiamo conto che stiamo la perfidia e, ovviamente, cosi non vale. Evoluzione “ragionata” della specie, dunque, per questo Asty. Rivisitato non certo per saziare la fame di novità del mercato, quanto perché anche un ottimo progetto di base può, alla ragionevole distanza di un paio d’anni, aver bisogno di alcuni leggeri ma sapienti tocchi di maquillage. Ritocchi che, effettivamente, si vedono e sentono, per di più ad una contropartita economica che ricalca i soliti, “umanissimi”, standard cui il costruttore piacentino ci ha assuefatto.